Simona Guarino ci accompagna in un’esperienza semplice e quotidiana che diventa rivelazione: una passeggiata d’autunno si trasforma in metafora della resilienza. Attraverso l’ascolto della natura e dei suoi segni silenziosi, l’autrice riflette sulla fragilità, sulla caduta e sulla capacità, profondamente umana, di rinascere. Il testo invita a rallentare e a riconoscere valore anche nella fragilità, trasformando la crisi in possibilità di rinascita. La resilienza emerge come una forza silenziosa, fatta di ascolto, cura di sé e fedeltà alla propria essenza.
È da tempo che non scrivevo davvero, forse perché lasciavo i pensieri scivolare, senza radicarli sulla pagina. Poi mi sono detta che questa volta andavano condivisi: l’episodio che sto per raccontare è stato una piccola rivelazione per me, spero possa trovare spazio anche in voi, se avrete voglia di leggere.
Era una mattina d’autunno.
Camminavo lungo un viale di pioppi che dal parcheggio porta a un piccolo parco. I rami, quasi spogli, lasciavano cadere foglie leggere, dorate e sfumate, come piccoli frammenti di un sole ormai stanco. A terra si posavano silenziose, formando un mosaico irregolare di colori, che invitava a camminare piano, a sentire il respiro dell’autunno e il sussurro segreto della vita che si trasforma e continua. L’aria sapeva di rugiada e il sole, appena sorto, scaldava i tronchi con una luce tenue, aranciata.
Avanzavo immersa nei miei pensieri, come spesso accade quando la vita corre più veloce del respiro. Eppure, in quella quiete inattesa, qualcosa mi invitava a rallentare. Il fruscio sotto i passi sembrava una voce gentile, una presenza discreta che chiedeva attenzione.
Poi accadde qualcosa di invisibile.
Un soffio lieve, un profumo sottile si sollevò dal suolo, come se la strada avesse trovato il coraggio di farsi sentire. Era un profumo fresco, balsamico, eppure intorno non c’erano fiori né piante aromatiche. Compresi allora che quel sentore nasceva proprio dal tappeto di foglie che stavo calpestando.
Mi fermai.
Quelle foglie cadute, fragili, ormai spezzate, continuavano a donare vita. In silenzio, restituivano al mondo l’ultimo gesto, forse il più autentico. In quell’istante, la natura mi ricordava una verità che avevo dimenticato: persino ciò che appare stanco, vinto, senza forma, consumato, custodisce una forza segreta e può ancora respirare vita.
Rimasi a osservarle, colpita da quella apparente contraddizione. Come poteva tanta delicatezza trasformarsi in un gesto così potente?
All’improvviso, mi attraversò un pensiero: quando ci sentiamo a terra, quando tutto sembra cedere, siamo ancora in grado di aprirci a ciò che è possibile. Dentro di noi rimane un seme vivo, pronto a diffondersi, anche nei giorni in cui è difficile crederlo.
La vita abita ogni stagione che attraversiamo. Gli alberi perdono le foglie, ma non la speranza di una nuova primavera. L’inverno custodisce una forza profonda, nascosta, che prepara l’arrivo di una stagione più mite e dolce. Cadere diventa così verbo di nutrimento, terreno di rinascita.
Lo stesso accade anche a noi. I periodi più grigi, quelli che sembrano togliere senso ed energia, spesso nascondono ciò che servirà per ripartire. Una caduta non è una fine: è un altro modo di attraversare la vita, di toccarne il suolo con il cuore, di ritrovare radici dimenticate.
Nei momenti di fragilità emergono gesti e pensieri che non sapevo di avere: il bisogno di tornare a una passione interrotta, il desiderio di ricominciare a vivere, un’idea che riaccende lo sguardo.
Da una battuta d’arresto può nascere un sentiero inatteso, che riporta a casa.
Nulla resta immobile. Tutto si trasforma. E in questo movimento possiamo intravedere qualcosa che assomiglia all’eterno.
Ogni fermata della vita porta con sé un cambiamento. A volte personale, altre anche lavorativo.
Un progetto che perde forza, un obiettivo che sfuma, una collaborazione che si incrina: tutto sembra in bilico. Eppure, proprio lì, affiorano intuizioni nuove, relazioni più vere, prospettive capaci di lenire l’anima.
Ho visto persone rialzarsi con una forza inaudita. Trasformare un imprevisto in uno spazio di creatività. Anche le realtà più lungimiranti lo sanno: dall’errore può nascere nuova energia, un passo più consapevole, un modo diverso di camminare la vita. È come la terra quando, dopo un evento drammatico, ricomincia a esistere.
La vita trova sempre un modo per ripartire.
Ogni volta che incontriamo un ostacolo, possiamo intravedere un gesto di cura capace di aprire un varco e dissolvere la tenebra più profonda. Un pensiero gentile, un respiro calmo, un atto di misericordia verso noi stessi diventano semi pronti a germogliare.
So che accadrà ancora.
Ci saranno giorni in cui penserò di non farcela e di non avere più nulla da offrire. Eppure, mi basterà tornare con la memoria a quel viale, al profumo delle foglie calpestate, che sino alla fine hanno continuato ad amare.
Non possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma ci è dato di scegliere come camminarci dentro. Accogliere la fragilità, ascoltarne il sussurro, riconoscerne la forza, lasciare affiorare un bagliore capace di illuminare anche le ombre più lontane: questa si chiama resilienza. Un filo sottile da intrecciare con la parte più intima di noi. Nasce nei silenzi, nelle attese, nei giorni confusi. Non si impone: fiorisce. Vive di ascolto, di piccoli gesti, di attenzioni quotidiane che impariamo a donarci.
Nei momenti di crisi può sembrare che tutto si fermi. E invece, qualcosa matura e diventa terreno fertile.
Allenare la resilienza significa restare. Significa abbandonare ogni giudizio e riconoscere nella ferita una luce possibile. Che belle parole, direte, ma nel concreto? Mi sono chiesta la stessa cosa e ho cercato di creare una guida, alcune pratiche semplici, piccole radici da coltivare, che vorrei condividere.
Scrittura
La scrittura scioglie i silenzi e fa riaffiorare ciò che ci abita nel profondo. Bastano pochi minuti al giorno, quando ne sentiamo il bisogno. Permettiamo alle emozioni, alle paure, ai dubbi, ai desideri, ai pesi che ci portiamo di riemergere, senza giudizio, ma con spirito di accoglienza.
Possiamo partire da queste domande:
– Di cosa ho timore, ora?
– Cosa mi sta raccontando questa ferita?
– Quale gesto mi ha portato sollievo?
Quando la parola prende forma sulla pagina, il nodo si allenta e il respiro diviene libero. È il potere della scrittura.
Presenza e respiro
Trova un luogo tranquillo, siediti o stenditi in una posizione confortevole, lascia che il corpo si rilassi. Chiudi gli occhi e torna al respiro. Inspira lentamente, trattieni un istante, poi espira dolcemente, lasciando andare ogni tensione.
Appoggia una mano sul petto e una sull’addome, così da sentire il respiro muoversi dentro di te. Ogni ciclo – un’inspirazione, un’espirazione – distende il corpo, calma i pensieri, modifica la prospettiva. Nella mente potranno affiorare immagini o voci. Non fermarli, lasciali passare, come le nuvole quando attraversano il cielo. Non giudicarti.
In questo spazio sospeso, puoi percepire una presenza silenziosa: un centro interiore che ti riporta al cuore del momento, un’àncora cui aggrapparsi quando il mondo corre troppo veloce. Ogni respiro diviene radice e sostegno, oasi di consapevolezza.
Spiritualità e ascolto interiore
Dedica qualche minuto ad ascoltare ciò che senti dentro di te, senza giudicare: le emozioni, i pensieri, i desideri, le paure. Immagina di offrire a ogni sensazione uno spazio, come se ogni sentimento avesse diritto di esistere e di essere accolto.
Puoi accompagnare questo momento con una semplice frase o intenzione, che sia per te significativa: può essere una lettura, un pensiero gentile rivolto a te stessǝ, un augurio per chi ami, o semplicemente un silenzio profondo in cui percepire la tua presenza.
Questo tempo di ascolto può diventare un luogo interiore da cui attingere calma, chiarezza e forza. Non importa se credi o meno in qualcosa di trascendente: ciò che conta è concederti la possibilità di fermarti, respirare e riconnetterti con la tua parte più intima, autentica.
Gratitudine
Scrivi tre cose che hanno reso preziosa la tua giornata. Piccole. Vere.
Un volto, una parola amica magari pronunciata in un momento in cui ti sentivi fragile, un suono che ha accarezzato l’anima, un’immagine che ha donato sollievo, seppure per un istante.
Lascia che la gratitudine doni uno sguardo nuovo e insegni a riconoscere luce e possibilità anche negli anfratti più bui della vita. Ogni piccolo riconoscimento è un seme silenzioso destinato a far germogliare speranza e quiete nel cuore.
Nel mio cammino ho imparato a sostare, ad abitare la parola. Non sempre riesco a vedere i suoi germogli, che crescono e donano bellezza. Ma so che ogni istante può insegnare qualcosa.
A voi che mi avete letta, e a me stessa: quando il cammino si appesantisce, torniamo a un momento che ci ha sostenuti. Come quel viale alberato per me. Ascoltiamo il fruscio delle foglie calpestate (possono simboleggiare un dolore che abbiamo provato, un’esperienza forte, un momento di fragilità o un evento lieto, la bellezza delle piccole cose), facciamo tesoro delle nostre capacità. Ne abbiamo attraversate tante, ma siamo qui. Dentro di noi c’è vita che attende di essere liberata, attimi di presente da vivere davvero.
Questa, per me, è resilienza: intravedere il sentiero che custodiamo e avere il coraggio di seguirlo, perché possa ricondurci a casa. È imparare, nelle difficoltà, a non restare prigionieri da ciò che ci ferisce o ci spezza, ma a riconoscere quello che in noi si trasforma, si ricompone, trova una nuova voce.
Simona Guarino
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