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Un grande cavallo di legno ha catturato per giorni lo sguardo di San Michele Salentino, in provincia di Brindisi, trasformando piazza Marconi nel cuore di un racconto tra mito e contemporaneità. Ieri, 30 agosto 2026, “Siamo tutti figli di Troia” ha dato vita a questo simbolo attraverso teatro e danza, nell’ambito della 24ª edizione del Festival del Fico Mandorlato.

“Siamo tutti figli di Troia”: il mito incanta

L’estate, quella delle piazze affollate, delle serate all’aperto e degli incontri che sembrano voler fermare il tempo, si è avviata ormai verso il suo ultimo tratto. Agosto ha iniziato a lasciare spazio ai primi sentori di settembre, ma prima di congedarsi ha regalato a San Michele Salentino una serata capace di unire memoria, arte e tradizione. Nel cuore del paese, ieri 30 agosto, il mito antico è diventato spettacolo e una gigantesca presenza di legno ha trasformato una piazza in un luogo sospeso tra passato e presente.

Per alcuni giorni, a preparare questo appuntamento era stato qualcosa impossibile da ignorare: un enorme cavallo di legno, alto circa nove metri, comparso nel cuore della notte tra il 27 e il 28 nella piazza principale del paese. Al risveglio dei residenti e dei turisti, l’installazione era già lì, imponente e quasi surreale, tanto da richiamare immediatamente alla memoria il celebre cavallo di Troia.

Non si è trattato di una semplice installazione; non era lì solo per attirare gli sguardi, seppur meravigliati e sorpresi! Il cavallo è, infatti, diventato il simbolo di “Siamo tutti figli di Troia”, la performance di teatro-danza che ha rappresentato uno degli appuntamenti centrali della 24ª edizione del Festival del Fico Mandorlato.

E proprio ieri, domenica 30 agosto, il progetto artistico ha trovato il suo compimento, portando nel cuore di San Michele Salentino un racconto antico, con la capacità di parlare al presente.

Dal mito alla scena

Lo spettacolo ha ripercorso la vicenda della guerra di Troia attraverso un linguaggio capace di intrecciare teatro, danza e arti visive. Il racconto prendeva le mosse dal matrimonio di Peleo e Teti e dalla contesa provocata dalla mela d’oro, nota come il “pomo della discordia”, per attraversare passioni, amori, conflitti e destini fino alla caduta della città dalle alte mura.

Una storia conosciuta da secoli che, per mano degli artisti coinvolti, è stata riletta attraverso una prospettiva contemporanea.

La regia e la direzione artistica sono state affidate a Giuseppe Ciciriello e Nicola Simonetti, con la drammaturgia di Giuseppe Ciciriello e le coreografie di Nicola Simonetti. Le voci di Ciciriello e Claudia Ligorio si sono intrecciate al lavoro della compagnia CREATURA Dance Research, fondata proprio da Simonetti, dando corpo a una narrazione nella quale il movimento ha dialogato con la parola e con la grande installazione presente in piazza.

Il cavallo, dunque, non era rimasto un mero elemento scenografico. E’ diventato il filo conduttore dell’intero progetto: il punto d’incontro tra il mito di Troia e la realtà di una comunità che, attraverso la cultura, ha scelto di interrogarsi sul proprio futuro.

Un simbolo di cambiamento

La forza della struttura è stata anche nel suo significato. Il cavallo ha richiamato inevitabilmente la distruzione di Troia, ma non si fermava a quella dimensione. Il suo messaggio ha guardato soprattutto a ciò che può accadere dopo la fine di un’epoca.

Passaggio, trasformazione, rinascita. Sono queste le parole che hanno accompagnato il progetto e che hanno permesso di collegare il mito alla storia contemporanea e alla realtà della comunità.

Il messaggio è stato di mettere in discussione le proprie certezze, superare ciò che appare immutabile e trovare, anche nei momenti di cambiamento, la possibilità di ricominciare. Una riflessione che ha assunto un significato particolare all’interno di una manifestazione nata per valorizzare le radici agricole, culturali ed enogastronomiche di San Michele Salentino.

Il Festival del Fico Mandorlato, arrivato alla sua 24ª edizione, ha così confermato la propria capacità di andare oltre la semplice celebrazione di un prodotto della tradizione. Attorno a questo, si sono incontrati memoria e creatività, identità locale e nuove forme di espressione artistica.

L’arte di un figlio di San Michele

A firmare le coreografie dello spettacolo e a contribuire alla realizzazione della grande opera è stato, appunto, Nicola Simonetti, artista, ballerino e coreografo originario di San Michele Salentino, da tempo residente a Torino.

Il suo percorso artistico è iniziato proprio nel paese d’origine, nella scuola di danza della madre Vittoria Prete. Da lì è arrivata una carriera costruita tra riconoscimenti, importanti palcoscenici italiani e collaborazioni artistiche, con esperienze anche al Teatro La Fenice e nell’ambito de La Notte della Taranta.

Alla danza Simonetti aveva progressivamente affiancato la ricerca nella coreografia, nella scultura e nelle arti visive. Una contaminazione che nel grande cavallo di piazza Marconi ha trovato una delle sue espressioni più spettacolari: una scultura monumentale capace di diventare parte integrante della narrazione.

Una piazza trasformata in palcoscenico

Per giorni il cavallo ha attirato sguardi, fotografie e commenti. La sua presenza ha modificato il volto della piazza, trasformandola in una sorta di palcoscenico permanente e alimentando la curiosità degli astanti.

La scelta di far comparire l’opera nel cuore della notte ha certamente contribuito a rendere ancora più suggestiva l’operazione. Nessun annuncio, nessuna lunga preparazione visibile: al mattino i cittadini si sono ritrovati davanti quel gigante di legno.

Poi, ieri sera, il significato di quella presenza è stato finalmente completato dalla performance.

E così il cavallo che aveva fatto capolino nel silenzio della notte precedente l’evento, si è trasformato nel centro di una storia raccontata attraverso corpi, voci, musica, parole e immagini. Un ponte tra una vicenda nata migliaia di anni fa e una comunità che, nel presente, ha scelto di guardare a quella storia per parlare di cambiamento.

Il cavallo di Troia come simbolo di rinascita

Il risultato è stato un incontro originale tra il mondo classico e l’identità di San Michele Salentino. Da una parte Troia, con i suoi eroi, le sue passioni e la sua caduta; dall’altra una terra che ha fatto della tradizione agricola e del fico mandorlato un elemento della propria identità.

Due mondi apparentemente lontani che il Festival ha scelto di avvicinare attraverso l’arte.

Il grande cavallo di legno è diventato il segno di una riflessione sulla capacità di una comunità di cambiare senza perdere ciò che la lega alle proprie radici.

E, mentre agosto si è avviato verso la sua conclusione, San Michele Salentino ha affidato proprio all’arte uno dei suoi ultimi grandi appuntamenti dell’estate: un racconto capace di riportare un mito antico dentro la vita di una piazza e trasformarlo in una domanda rivolta al presente.

A raccontare il significato dell’iniziativa e il messaggio affidato al grande cavallo era stato Pierangelo Argentieri, presidente di Hortus Puglia e tra gli organizzatori del Festival. In alcune sue dichiarazioni aveva spiegato come quella grande opera sia stata pensata non soltanto per stupire, ma soprattutto per suscitare una riflessione nella comunità. L’obiettivo, ha sottolineato Argentieri, è invitare le persone a uscire dalle proprie certezze, mettere in discussione ciò che sembra immutabile e trovare nel cambiamento un’opportunità di crescita.

Il cavallo di Troia diventa così una metafora di trasformazione e rinascita: dalla fine di una fase può, infatti, prendere forma qualcosa di nuovo, più forte e consapevole.

Perché, alla fine, quel cavallo non custodiva guerrieri nascosti come nella leggenda. Custodiva una storia. E ieri, a San Michele Salentino, quella storia è tornata a vivere.

Donatella Palazzo