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Un racconto intenso e toccante di Miriam D’Ambrosio che, attraverso la storia di Antonietta, affronta il tema dell’aborto, del rimorso e delle ferite che il tempo non sempre riesce a cancellare. Una riflessione profonda sul peso delle scelte e sul rapporto tra passato e presente.

Antonietta era assorta, guardava sua mamma che spegneva le candeline, la tovaglia ricamata, le decorazioni, ma il suo pensiero era altrove e se ne andò in cucina; ripensava alla discussione del giorno prima con sua figlia Gabriella. Nessuno sapeva fosse incinta, glielo aveva confidato, quando aveva trovato quel test di gravidanza nel cesto dei medicinali scaduti.

E così, piangendo, le aveva confessato che era incinta e non sapeva neanche chi fosse il padre, visto che aveva fatto sesso con due uomini. Si chiamava poliamore: avere una relazione amorosa con più di una persona, maschio o femmina che fosse.

Questa gravidanza non era voluta, non si spiegava come fosse accaduto, visto che aveva usato le solite precauzioni, il diavolo ci aveva messo lo zampino! Era una donna in carriera e ora non voleva crescere un bambino. Avrebbe senz’altro abortito.

Aborto, quella parola le aveva riaperto un’antica ferita, mai rimarginata, che ogni tanto riprendeva a sanguinare, come una piaga che non poteva essere curata. Un dolore che ti porti dentro per tutta la vita.

Ricordò quello che era successo a lei tanti anni prima. Erano gli anni settanta, si era sposata in quel periodo, erano passati alcuni mesi dal matrimonio e sua mamma si preoccupava che ancora non fosse rimasta incinta, così la convinse ad andare da un ginecologo. Questi le fece fare gli accertamenti del caso e poi sentenziò che era tutto a posto, non c’era da preoccuparsi, bisognava dare tempo al tempo e infatti, passò ancora qualche mese e un bel giorno si ritrovò ad aspettare un bambino, con grande gioia di tutti. Ma, poco dopo, inaspettatamente, arrivò la tragedia. Un giorno, era l’ora di pranzo e lei aspettava il rientro del marito, per mettersi a tavola, lui arrivò portandosi dietro un ospite pericoloso e indesiderato: la rosolia. A quel punto tutto precipitò.

Intervennero le rispettive famiglie che li separarono subito. Ma questo non bastava.

Per lei cominciò quell’incubo senza fine che ancora oggi la faceva sentire in colpa.

Aveva parlato con sua figlia.

  • Gabriella non lo fare, te ne pentirai per tutta la vita, credimi non è una passeggiata, vivrai sempre con il pensiero che sei un’assassina.

Ma Gabriella non voleva ascoltare.

  • I tempi sono cambiati, le donne si sono emancipate, che vuoi che sia, lo ricorderò come uno spiacevole incidente. Se e quando lo vorrò avrò altri figli, ora no, non è il momento.

A questo ripensava Antonietta e la festa per il compleanno di sua madre per lei perdeva gioia. Pensava a come fare per convincere Gabriella, per farle capire lo sbaglio che stava per compiere, voleva risparmiarle la sofferenza da lei patita.

– Mamma che fai qui da sola in cucina? Vieni di là unisciti a noi

– Arrivo subito tesoro, ero venuta a prendere un bicchiere d’acqua.

Poi la serata finì, lei tornò a casa, si spogliò, si mise a letto ma sapeva già che l’aspettavano lunghe ore d’insonnia, così rassegnata ritornò coi suoi pensieri, a quegli anni, rivivendo quelle scene.

Il marito era tornato dalla famiglia d’origine, persero i contatti, lui non si faceva sentire, forse era in colpa, a volte lo vedeva passare sotto le sue finestre senza neanche chiamarla per un saluto. Era sola, era un suo problema.

Lei accompagnata dai genitori andò dal ginecologo per esporre il problema, questi le fece prendere delle medicine per rafforzare il sistema immunitario, fece altri consulti, alla fine la situazione era che la rosolia contratta in gravidanza era pericolosa per il feto, il bimbo poteva nascere con malformazioni varie; il fatto che lei non avesse sintomi, non voleva dire che non l’avesse contratta in maniera silente. Allora non c’erano gli esami e gli accertamenti che ci sono oggi, portare avanti la gravidanza era dunque un rischio.

I suoi le ripetevano: – Devi abortire!

Ma lei non voleva farlo, era il suo bambino! Telefonò al marito, che la liquidò dicendole: – Decidi tu!

E sua madre insisteva: – Devi farlo e non hai neanche tanto tempo per pensarci, perché il feto cresce.

Allora non c’era l’aborto legalizzato e per abortire bisognava trovare un medico disposto a farlo. Alla fine presero un appuntamento in ospedale ma quando venne il momento di entrare, lei svenne e il medico si mise a inveire contro di lei, dicendo che non voleva problemi e la cacciò via in malo modo. I giorni intanto passavano, la fecero parlare con un dottore, amico di famiglia, che aveva una figlia disabile, questi le prospettò la possibilità di mettere al mondo un infelice che l’avrebbe fatta soffrire per sempre, non poteva rischiare. Fu trovato un ginecologo compiacente in una clinica privata e di Venerdì Santo le praticarono l’aborto.

Poi, tutto sembrò tornare come prima, il rientro a casa, il ritorno del marito, la routine familiare, tutti dimenticarono, tranne lei, il rimorso la perseguitava. Forse, si diceva, avrebbe dovuto essere più forte, doveva tenerselo il bambino, chissà magari sarebbe nato sano o forse malato, ma lei lo avrebbe amato e accudito sempre. Accettare il volere di Dio affidarsi al Signore, questo avrebbe dovuto fare. Ora chi può dire se aveva fatto bene o male?

Certo il sacerdote l’aveva assolta in confessione, ma lei no, non riusciva ad assolversi.

Ma ora la sposina giovane ed insicura di un tempo, non c’era più, era diventata una donna forte, avrebbe lottato, ora poteva convincere la figlia a non abortire. Non avrebbe pareggiato certamente i conti, ma avrebbe fatto la cosa giusta: salvare una vita!

Miriam D’Ambrosio